domenica 5 marzo 2023

Dafen Oil Painting Village

Dafen è un sobborgo di Buji, Longgang, e con il suo Oil Painting Village costituisce una delle gite giornaliere più popolari a Shenzhen. Si accede all’area, uno sviluppo recintato di poco meno di mezzo chilometro quadrato le cui stradine sono disposte a griglia, attraverso un gate ove spicca la grande scultura di una mano che sorregge un pennello.

Per riuscire ad interpretare giustamente il senso di questo posto, bisogna sapere quello che per i cinesi significa apprendere l’arte: chiunque ambisca a diventare un artista deve copiare un numero infinito di volte le opere dei grandi maestri del passato. Quello che per noi è plagio, quindi, per i cinesi è emulazione, ispirazione, al fine di sviluppare una propria tecnica artistica ed espressiva.

Fino alla fine degli anni ’80 l’area del Dafen Oil Paining Village era un ristagno in gran parte trascurato e decisamente rurale di Shenzhen, ma, a partire dal 1989, fu adibita a villaggio di artisti per la produzione di repliche di capolavori: qui il pittore commerciale imprenditoriale Huang Jiang trasferì l’attività dalla sua nativa e sempre più costosa Hong Kong, iniziando a copiare dipinti, reclutando dapprima una ventina di artisti formatisi nelle accademie d’arte e successivamente istruendo altri lavoratori migranti per soddisfare un eccesso di ordini esistenti, creando una vera e propria catena di montaggio per la riproduzione artistica (in cui ogni lavoratore si concentrava su un specifico elemento compositivo – un particolare dello sfondo, o gli occhi, o un albero… - dipingendo diligentemente il proprio dettaglio e passando poi la tela lungo la catena) e venendo da allora considerato il fondatore dell’industria delle repliche di Dafen. Ogni giorno si producevano dozzine di repliche di dipinti a olio di grandi maestri, come Van Gogh, Rembrandt, Dalì, Leonardo da Vinci, Warhol…

Va ricordato che Shenzhen era all’epoca già una fiorente Zona Economica Speciale (ZES), una designazione lanciata nei primi anni ’80, come parte di radicali riforme economiche e incentivi fiscali e commerciali finalizzati ad attrarre investimenti stranieri. Anche se nel 1989 Dafen era posizionata appena fuori questa ZES, la sua pozione alle porte della massiccia economia di esportazione su cui è stata costruita la Cina moderna la ha sicuramente favorita, provocandone una rapida urbanizzazione grazie all’arrivo di manodopera migrante a basso costo.

Huang mandò un dipinto a Walmart che ne ordinò 50.000 pezzi, da produrre entro quattordici giorni. Questo fece sì che Dafen divenisse, in quel periodo, il produttore del 60% dei dipinti ad olio a livello mondiale, finiti in camere di albergo, case espositive, punti vendita di mobili… di ogni angolo del pianeta.

A metà degli anni 2000 l’industria della copia di Dafen era in piena espansione. Iniziarono così a nascere nell’area i caffè pittoreschi, i “negozi galleria”… alla fine del decennio Dafen era sulla mappa turistica di Shenzhen, oltre ad essere rappresentata al World Expo 2010 di Shanghai con il padiglione Urban Best Practice di Shenzhen che presentava un mosaico di 999 pannelli dipinti da oltre 500 artisti per ricreare quella che fu nominata la Dafen Lisa.

A seguito della crisi finanziaria del 2008, però, la domanda occidentale calò e gli acquirenti principali divennero cinesi, che chiedevano copie di opere cinesi, costringendo quindi gli artisti ad un cambiamento di stile, che vide lo spuntare di sempre più fiori cinesi e icone culturali, come Mao Zedong.

Nel 2014 circa 7.000 artisti vivevano a Dafen: lavoravano nelle fabbriche, copiavano dipinti che esportavano in Europa e negli Stati Uniti. Si contavano circa 5 milioni di dipinti esportati ogni anno, e alcuni artisti riuscivano a completare anche 100 dipinti in dodici ore.

Nel 2018 gli artisti che vivevano in loco erano diventati 8.000 e il governo locale decise di convertire il luogo in una destinazione turistica.

Nel 2019 si contavano entrate dell’ordine di 630 milioni di dollari all’anno prodotti dal Dafen Oil Paining Village, dovuti non più soltanto al talento artistico dei pittori, ma anche all’affiancamento di tecnologie come tablet e telefoni che hanno fatto sì che la formazione iniziale richiesta fosse davvero minima. Il governo ha puntato sempre più a trasformare il luogo da una fabbrica di falsi a buon mercato ad un centro creativo che ospita artisti originali che realizzano opere per riempire le case della classe media cinese in rapida crescita, anche se ad oggi il destino di questi artisti ed artigiani appare quanto mai incerto.

Naturalmente questa riproduzione in serie di opere famose ha sollevato alcune obiezioni, ma la posizione ufficiale è quella che le opere riprodotte appartengono ad artisti morti più di 50 anni fa, quindi non più ricoperte da copyright.

Nel villaggio oggi è possibile acquistare non solo repliche, ma anche opere originali, e commissionare dipinti a prezzi bassi.

Oggi a Dafen vivono artisti, corniciai, agenti con le loro famiglie. C’è poca distinzione tra casa e ufficio, con una stanza che funge da studio, camera da letto, stanza dei giochi e quadri appesi accanto ai vestiti negli spazi esterni. Ci sono studi e gallerie, negozi di articoli per l’arte, caffè stravaganti, alcuni dei quali offrono corsi di pittura ai visitatori, venditori di málàtàng (un tipo di pentola calda in cui vengono cotti spiedini di varie carni e verdure in un brodo piccante); ci sono addirittura un ufficio postale e una scuola elementare.

All’estremità del villaggio si trova il Museo di Dafen, con la sua imponente architettura che fronteggia una piazza occupata da mercatini, bambini che si accalcano e anziani che eseguono esercizi serali. Inaugurato nel 2007, il museo è stato costruito da Urbanus, la stessa azienda di Shenzhen dietro l'ultra-contemporaneo OCT Art Terminal Shenzhen e l'Artron Art Center della città. Il museo mostra prevalentemente arte moderna e contemporanea dalla Cina.

Per alcuni Dafen è stato una via per uscire dalla povertà rurale: coloro che riescono ad ottenere un discreto successo, possono assumere apprendisti e aprire una loro galleria nel villaggio, malgrado l’industria delle repliche non sia affatto sicura, data la concorrenza feroce degli artisti che vendono le opere a prezzi sempre più bassi, sebbene i galleristi li rivendano all’estero a prezzi molto maggiorati.

A volte, il futuro del villaggio urbano può sembrare estremamente precario: con l'aumento del costo della vita, la forza vitale iniziale di Dafen, i suoi pittori migranti, è maggiormente a rischio. Mentre la classe media cinese potrebbe crescere rapidamente, il passaggio da un modello basato sul volume di vendita di copie economiche alle imprese, alla vendita di dipinti originali relativamente molto più costosi ai consumatori, significherà che saranno supportati meno artisti e lavoratori d'arte.































































































































 

Nella prateria mongola